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 Proletari di tutti i paesi, unitevi!... di Annalisa
 
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un urlo selvaggio denso ...un urlo selvaggio denso che io rilancio con tutta la forza delle ferite di un amore a brandelli contro queste ore di padroni affamati di sangue di retate contro le sbarre pesanti dell'emarginazione contro le foreste di un dolore e una solitudine senza fine.

Ferruccio Brugnaro
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\\ : Articolo
Voci del coraggio a Oaxaca - Violazioni dei diritti umani delle donne nel conflitto sociale e politico - Seconda parte
Di Annalisa (del 15/04/2007 @ 23:50:08, in Messico, linkato 892 volte)
 

LA VIOLENZA OMICIDA CONTRO LE DONNE A OAXACA
(La storia di Maria Luisa)
 
Una non sa fino a che punto può arrivare un marito. Fin da piccola ti insegnano che gli uomini sono donnaioli, molti sono alcolizzati, che altri picchiano e prendono con forza le donne. Ma non immagini mai che l’uomo con il quale ti sei sposata, possa arrivare a picchiarti fino a che non si stanchi, fino a che tu non svieni perché il dolore non lascia fiato nemmeno più per il pianto e il corpo preferisce così  l’incoscienza.
Maria Luisa, indigena zapoteca di San Francisco Lachigoló, avrebbe mai immaginato qualcosa del genere di suo marito tutte le volte che tornava a casa ubriaco e la picchiava davanti ai suoi figli? avrebbero  mai immaginato qualcosa del genere, lei e tutte le donne di questa o qualsiasi altra comunità, con un velo di amarezza, senza poter fare nulla, quando sono picchiate dai loro mariti arrabbiati per la cena fredda, per la mancanza di soldi, per una stupidaggine?
Ci sono alcune che pensano che è la donna che va cercando di essere picchiata, perfino di essere ammazzata. Di Maria Luisa, picchiata fino alla morte da un marito geloso che affermava che sua moglie gli metteva le corna, dicono alcune donne che lei se lo è voluto, che Heriberto ha solo difeso il suo onore di uomo ingannato.
Maria Luisa non ha avuto la possibilità di veder crescere i suoi due figli. In paese si sapeva che Heriberto la picchiava, anche se nessuno nella comunità di San Francisco Lachigolò è intervenuto, fino al giorno in cui lui ha avuto la mano pesante e lei non si è più rialzata.
Maria Luisa è entrata soltanto a 22 anni nella lista delle vittime mortali della violenza contro le donne a Oaxaca che ogni anno conta più di 40 donne assassinate nello stato. Heriberto è entrato in un’altra lista, quella che annovera i nomi degli uomini che pur avendo commesso un  omicidio sono giudicati come se in realtà fossero delle vittime. Con l’appoggio di  una legge che giustifica i crimini verso le donne, basata  nei pregiudizi e nel sessismo che riempie le menti dei servitori pubblici incaricati di concedere  e applicare  giustizia, le donne diventano cittadine di seconda categoria. E le donne indigene e povere, per l’importanza che rivestono per il  Diritto, la Giustizia, e la Democrazia, non sono  quasi nemmeno cittadine.
Heriberto, uscito dal carcere in meno di due anni, fu perdonato legalmente per aver reso orfani i suoi figli, assolto dalle violenze che esercitò su di lei per anni, ed esonerato in nome dell’onore maschile. Fu, in un assurdo senza fine, l’oratore ufficiale durante la cerimonia di liberazione degli arrestati indigeni, con il governatore a capo della manifestazione.
Maria Luisa si trova quindi  nel luogo  dove giacciono senza giustizia centinaia di donne vittime della violenza ed Heriberto nella lista ancora più grande, di coloro che godono dell’impunità.
 
Epilogo
Le notizie dei quotidiani annunciano ad otto colonne una decisione presa dal Congresso di Stato in un giorno memorabile, è stata  abolita nel Giorno Internazionale delle Donne l’impunità per il delitto d’onore o commesso in stato violento emotivo. In alcune istanze di governo si trovano risoluzioni con la didascalia: “A Oaxaca, la parità dei sessi verso una politica statale….8 marzo, decisione storica e d’avanguardia della LIX legislatura statale” El Istituto de la Mujer  applaude e definisce coraggioso, sensibile e moderno il presidente del Congresso.
Maggio 2006. Il volto irriconoscibile di Osiris appare in tutte le pagine dei quotidiani di Oaxaca. Una di più. Da agosto 2005 ad aprile 2006 ventitrè lapidi con nomi di donne sono in attesa che la giustizia le conceda il riposo.
 
L’ABUSO DEL POTERE NELLA PARTECIPAZIONE POLITICA DELLE DONNE
(La storia di Guadalupe)
 
Guadalupe Ávila Salinas, aspirante alla presidenza municipale di San José Estancia Grande, municipio del distretto di Jamiltepec, nella costa di Oaxaca e dirigente del Partito della Rivoluzione Democratica nella regione, fu assassinata il 3 ottobre 2004 dall’allora presidente municipale di quella località, Cándido Palacios Loyola, il quale le sparò alle spalle a bruciapelo quattro colpi di pistola per poi darle il colpo di grazia.
Guadalupe era una donna apprezzata nella comunità e tutto lasciava supporre che avrebbe vinto le elezioni, fatto che causò tensioni tra gli appartenenti al PRI , dal momento che aveva assicurato che una volta vinto, avrebbe aperto delle indagini e le avrebbe portate a termine sui precedenti governanti priisti.
I fatti sono avvenuti quando il sindaco Cándido Palacios seppe che Guadalupe aveva portato in questa comunità un’amica medico che veniva dal Distretto Federale, la quale avrebbe curato le donne della comunità nell’Unità Medica Rurale dell’Istituto Messicano di Sicurezza Sociale.
Palacios si presentò in quel luogo dove si trovavano per lo meno  10 donne ed alcuni adulti per reclamare a gran voce con che diritto svolgeva questo tipo di attività e senza udire ragioni  le gridò, “non mi importa, ti ammazzerò”  per poi prendere la sua pistola calibro 38 e spararle quattro colpi anche se altre fonti giornalistiche parlano di tre. Inoltre causò una ferita all’addome alla dottoressa Georgina Solano Alvarez, del servizio sociale la quale fu ricoverata nell’ospedale di Jamiltepec.
D’accordo con i testimoni presenti, il sindaco uscì e sparò altri due colpi, si diresse  a casa dove prese un fucile e  senza che nessun poliziotto facesse nulla per fermarlo, salì su di un camion di birre per abbandonare il luogo indisturbato. Erano le undici di mattina quando Guadalupe Ávila morì.
Cirilo Ávila Salinas, suo fratello qualificò l’atto come una codardia , “non solo perchè si trattava di mia sorella ma anche perchè avevano distrutto la vita di una donna , una grande lottatrice che voleva solo servire il suo popolo”.
Cirilo assicurò che Guadalupe, “visse  e morì per i suoi ideali”  e chi la assassinò bruciò uno dei suoi più grandi sogni e cioè “essere presidente municipale del nostro paese”, dove aveva tutte le possibilità di vincere.
Guadalupe Ávila Salinas era diplomata alla scuola di Diritto dell’Università Autonoma di Puebla , lasciò orfani  Karina di 12 anni , Paul di 7 e Israel di 4.
Il contesto politico nel quale avvennero questi fatti , in una zona di Oaxaca, vede  pratiche tiranniche di controllo politico, dirette da alcune famiglie della regione, che comprendono anche tattiche di violenza e minacce per dissuadere i cittadini a votare; protetti dal PRI che ha ripetuto queste strategie di violenza per molti anni ed in tutto il territorio di Oaxaca per continuare ad ottenere il potere.
 
IL POTERE AUTORITARIO SULLA CONDIZIONE DI GENERE E DI ETNIA
(La storia di Isabel)
 
Il 25 ottobre del 2006 si mobilitò nella città di Oaxaca una Carovana Femminista e una parte di questa fu a far visita a Isabel Almaraz.
In un giorno di visite nel carcere Ixcotel di Oaxaca, per giungere al reparto femminile delle imputate,  bisogna passare per cinque porte, registrarsi tre volte e attraversare tre cortili. Durante il percorso si vedono altre donne con i loro bambini, che mentre giocano con essi, realizzano con le loro mani palloni da calcio. Si vedono anche uomini, con le loro mogli e figli, perché le altre donne erano sole? e con altre donne e con i loro figli, senza i compagni?
Nell’ area femminile c’era odore di umidità, di cibo, del ferro da stiro, si udiva il mormorio delle altre donne, il rumore della televisione, il pianto di un neonato. Isabel è apparsa con una cartellina in mano e aveva una lettera scritta alle deputate e senatrici dell’attuale governo,  una lettera in più oltre a quelle scritte durante questi ultimi quattro lunghi anni, la stessa che le destinatarie avranno  già ricevuto.
Isabel ha lo sguardo, la calma, il fisico minuto e la pazienza delle donne zapoteche, là in mezzo a tanta umidità, alla vigilanza estrema, all’ isolamento, aspetta una volta al mese che giunga il giorno di visita affinché sua sorella le porti le sue figlie :Doris di 8 e Denise di 5 anni. Ognuno di questi giorni di questi lunghi anni, pensa con tranquillità al modo in cui la sua denuncia venga ascoltata e la sua situazione si risolva.
Dopo la costituzione dell’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR) nel 1996, furono  arrestati  alcuni abitanti di  San Augustín Loxicha e alcuni membri della sua comunità per presunti vincoli con questo gruppo armato. Ci sono state anche persecuzioni, assassini e violenze sulle donne e sette casi di sequestro.
Isabel fu arrestata il 25 giugno del 2002 a  Santa Cruz Xoxocotlán, in un municipio di Oaxaca.
 
“Alcuni giorni prima del mio arresto lasciai il  paese di San Augustín Loxicha, paese emarginato e dimenticato, dove non c’è medico e ancor meno specialista, mia madre era quasi moribonda e questo mi obbligò ad allontanarmi dal mio paese natio in cerca di un medico specialista  che la curasse e stando qui in città la ricoverai all’Ospedale Civile, lottai fino all’impossibile per salvarla ma sfortunatamente il destino non mi aiutò; la morte strappò dal mio fianco la persona a me più cara, lasciandomi con il dolore e la tristezza, l’ingiustizia si approfitta della mia persona solo per il fatto di essere di  Loxicha, dove le autorità giudiziali statali mi accusano di sequestro e di un presunto vincolo con il gruppo armato EPR, delitti e segnalazioni totalmente false. Dal giorno del mio arresto ho lasciato le mie due figlie, all’epoca la prima aveva  4 anni e la seconda 1 anno e 6 mesi, rimanendo queste bambine in totale stato di abbandono”.
 
Dal 2002 si trova nell’area delle imputate nel carcere di Ixcotel, il tempo passa e suo marito non lo vede dal momento dell’arresto e non sa che fine abbia fatto. Non vede da 6 mesi il suo avvocato, non ha accesso alla sua pratica ed è molto controllata. Le fanno visita solo sua sorella e le sue bambine.
 
“Sono cosciente che non ho commesso alcun delitto, riconosco solo che il mio unico delitto è essere indigena ed essere di Loxicha:per questo le autorità mi hanno privato della mia libertà”.
 
Cosa c’è dietro il fatto di incolpare Isabel oltre al potere autoritario che si esercita sulla sua condizione di genere e di etnia? Isabel da quattro anni continua a sporgere denunce davanti a molteplici autorità: istituzioni, convegni, chiede di essere libera, tante e tante volte, e chiede sempre la stessa cosa, chiede giustizia e libertà, in ogni occasione chiede di essere libera, chiede di poter veder crescere Doris e Denise.
 
NEGAZIONE DEL DIRITTO ALL’ABORTO LEGALE A OAXACA
(La storia di Maria)
 
Ad Oaxaca, come negli altri stati del paese, l’aborto a causa di violenza sessuale è un diritto e non è considerato come un delitto. Secondo la legge vigente, una donna che sia stata vittima di violenza e che da tale violenza ne risulti una gravidanza, ha diritto ad abortire se così decide.
Oggi come oggi, nessun discorso morale, etico o religioso può giustificare una gravidanza frutto di tale violenza all’integrità fisica e psicologica di una donna o di una giovane.
Garantire il diritto all’aborto è il minimo, una richiesta di giustizia che beneficia principalmente le donne povere che non hanno accesso a un aborto sicuro nel mercato clandestino. Ciò nonostante l’accesso reale ed opportuno a questo diritto con il sostegno e la protezione delle istituzioni dello Stato, si vede negato in pratica per pressioni religiose, lacune legali e la doppia morale imperante.
Questa situazione genera storie come quella di Maria.
Il 10 agosto del 2004, Maria giovane oaxaqueña di 19 anni, con disfunzione uditiva (è sordomuta) e sua madre, si recarono davanti all’agenzia del Ministero Pubblico specializzata in delitti sessuali, per presentare una denuncia per violenza sessuale contro lo zio della giovane, così come per segnalare che a seguito di questa aggressione Maria presentava una gravidanza indesiderata.
Nella denuncia penale ambedue segnalarono che Maria non desiderava portare a termine questa gravidanza. Ciò nonostante l’agente specializzato in delitti sessuali, Fulvia Rocio Hernández Cruz non dette ascolto a questa situazione e non facilitò in nessun modo a Maria l’accesso all’interruzione della gravidanza legale. Solamente spiegò  alla mamma della vittima che dovevano attendere il deposito dell’indagine preliminare per procedere con la richiesta dell’interruzione della gravidanza.
Durante quasi due settimane la sua famiglia aspettò che l’agente del Ministero Pubblico (MP) depositasse l’indagine preliminare. Intanto Maria già era a dieci settimane e mezzo di gravidanza e in virtù del fatto che il Codice Penale dello stato di Oaxaca indica come legale l’interruzione della gravidanza frutto di una violenza fino ai tre mesi di gestazione a partire dalla data della violenza sessuale, cercarono appoggio nelle organizzazioni civili del Collettivo Huaxyacac.
Le appartenenti a questa organizzazione esposero direttamente al Procuratore Generale della Giustizia dello Stato, Rogelio Chagoya Romero, la situazione di emergenza nella quale si trovava Maria, il quale indicò che era sufficiente la copia certificata dell’indagine preliminare affinché l’Ospedale Generale “Dr. Aurelio Valdivieso” offrisse il servizio richiesto. Ciò nonostante il direttore di questo ospedale, José Manuel Rodriguez Domingo negó il servizio, segnalando che quello non era un documento valido per interrompere legalmente una gravidanza.
Sollecitarono quindi di nuovo l’intervento della Procura  Generale della giustizia di Stato, per ottenere che l’agente del MP inviasse una comunicazione scritta al direttore dell’Ospedale Generale nella quale si certificava che Maria presentava una gravidanza frutto di una violenza sessuale e che l’interruzione di questa gravidanza costituiva un’azione non punibile , in accordo alla legislazione penale vigente, ma in questa seconda occasione il direttore dell’Ospedale Generale negò a prestare tale servizio medico, argomentando che in quella comunicazione non era specificato chiaramente di interrompere una gravidanza.
Di fronte a questa situazione, la madre di Maria ed il suo avvocato si presentarono alla Commissione Statale dei Diritti Umani con lo scopo di presentare una denuncia per la mancata prestazione di un servizio sanitario, senza immaginare  che il funzionario di turno  Cuauhtémoc Cortès Ramírez si negasse a presentarsi al suo ufficio argomentando che il caso non era urgente e che si trovava lontano dalla Commissione.
Mentre Maria compiva dodici settimane di gravidanza, l’Indagine preliminare fu finalmente consegnata al sesto tribunale penale, a carico di Violeta Sarmineto Sanguines e con indicazioni del Procuratore e previo accordo con il  Segretario della Salute, Fulvio Rocio Herández Cruz  emise una seconda comunicazione diretta al Direttore dell’Ospedale, José Manuel Rodríguez Domingo.
Dopo un lungo e tortuoso percorso burocratico di quasi un mese, per poter accedere all’autorizzazione dell’interruzione della gravidanza, Maria fu ricoverata il 1 di settembre all’Ospedale Generale “Dr. Aurelio Valdivieso”, dove rimase ricoverata 41 ore senza che le fu praticato l’aborto.
Per questo e in risposta  anche di un verbale ricevuto da tre distinte fonti che coincidevano nell’affermare che per “ordini superiori” il procedimento medico era stato sospeso, il 3 di settembre, le appartenenti al Collettivo Huaxyacac insieme alla madre di Maria ottennero la dimissione volontaria e finalmente l’interruzione legale della gravidanza fu eseguita fuori dalle istituzioni pubbliche della salute.
Traduzione di Annalisa Melandri
 
              
 
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