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Colombiani e Colombiane per la Pace: la società civile dialoga con le FARC per la soluzione del conflitto.
Di Annalisa (del 09/05/2009 @ 00:45:10, in Colombia, linkato 838 volte)

Piedad Cordova  e Alfonso Cano

Il comitato “Colombiani e Colombiane per la Pace” promosso dalla senatrice Piedad Córdoba e che ha tra i suoi membri Iván Cepeda (figlio di Manuel Cepeda il senatore dell’Unidad Patriótica ucciso il 9 agosto del 1994 dai paramilitari) e portavoce  del MOVICE, Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato,  ha dal mese di settembre  2008 avviato  una corrispondenza epistolare con la guerriglia colombiana delle FARC-EP, volta alla liberazione degli ostaggi ma anche alla costruzione di una soluzione pacifica del conflitto colombiano.
 
Il dialogo  tra il Comitato e le FARC  ha già dato risultati positivi e questa importante iniziativa fa ben sperare per il futuro,  infatti nel mese di febbraio scorso la guerriglia  ha liberato unilateralmente 6 ostaggi e ha promesso la liberazione senza condizioni  del soldato Pablo Moncayo, prigioniero da oltre 11 anni.
 
Il governo colombiano invece sembra essere il grande assente in questa mediazione, anzi in più di un’ occasione ha respinto  il ruolo di mediatrice della senatrice Piedad Córdova e ha addirittura rischiato di compromettere il buon esito della liberazione degli ostaggi per la presenza di numerose attività militari nella zona dove questa sarebbe dovuta avvenire.
 
Anche l’altra guerriglia colombiana, l’Esercito di Liberazione  Nazionale (ELN) ha chiesto l’appoggio di “Colombiani e  Colombiane per la Pace” per la risoluzione pacifica del conflitto.
 
In una lettera del gennaio scorso indirizzata al Comitato, l’ELN (che in passato già aveva  intrapreso diverse forme di negoziazione con il governo),   scrive che “il principale ostacolo per la continuità del processo di dialogo è la pretesa che ha il governo colombiano che l’ELN sia localizzato e i suoi membri identificati come condizione primaria  di qualsiasi iniziativa, negandosi a costruire un’agenda politica e sociale che permetta trattare a fondo i problemi strutturali che sono la causa originaria del conflitto”.
 
Poche settimane fa la risposta di Colombiani e Colombiane  per la Pace e l’impegno assunto da questi per “contribuire a che il governo nazionale e l’ELN riprendano il cammino del dialogo che conduca fino alla soluzione politica negoziata”.
 
Il presidente colombiano Álvaro Uribe appare sempre più isolato nel suo ostinarsi a perseguire una soluzione militare del conflitto colombiano. Anche adesso che si profila imminente il rilascio da parte della guerriglia  di Pablo Moncayo si susseguono le notizie di un’imminente azione militare dell’Esercito volta alla sua liberazione.
 
Contro questa decisione hanno  preso ferma posizione sia il Comitato Colombiani e Colombiane per la Pace sia  la famiglia del soldato Moncayo, ma lo hanno fatto  anche gli altri ex-ostaggi liberati nei mesi scorsi dalla guerriglia  e cioè  Alan Jara Urzola, Consuelo Gonzáles de Perdomo, Clara Rojas, Sigifredo López, Orlando Beltran Cuellar, Óscar Tulio Lizcano, Luis Eladio Pérez Bonilla, che solidarizzano con l’operato del Comitato della senatrice Piedad Córdoba.
Ovviamente con l’esclusione di madame Betancourt.
 
 
 
 
Qui di seguito la lettera dei Colombiani e Colombiane per la pace al comandante delle FARC-EP  Alfonso Cano del 27 febbraio 2009:
 
Signor Alfonso Cano, Comandante delle FARC-EP
Membri del Segretariato
Montagne della Colombia
 
Vi giunga il nostro saluto di speranza in una pace duratura.
Noi, “Colombiani e Colombiane per la Pace”, reiteriamo la nostra volontá di portare avanti il processo d’interscambio epistolare con le FARC.
 
Riconosciamo la volontá di questa guerriglia, del CICR e del governo del Brasile, cosí come l’accettazione da parte del governo nazionale, affinché la liberazione di quattro membri della forza pubblica e di due dirigenti politici avesse un epilogo felice.
 
Tali liberazioni costituiscono un riferimento positivo per il necessario processo di soluzione negoziata che permetta di porre fine al conflitto sociale ed armato interno, per vie diverse da quelle della guerra. 
 
Come abbiamo fatto sin dall’inizio di questo dialogo epistolare, rifiutiamo e condanniamo le pratiche contrarie ai piú elementari principi umanitari, e confidiamo che gesti come quello delle recenti liberazioni portino in breve tempo ad un riconoscimento esplicito del fatto che la degenerazione del conflitto sta disarticolando politicamente e moralmente la societá colombiana; e che ció sfoci in una franca, decisa e definitiva proscrizione delle pratiche lesive dei valori umanitari piú basilari. Reiteriamo la nostra preoccupazione in merito alla disponibilitá o meno delle FARC di escludere, dal conflitto armato, il sequestro come arma di lotta.
 
Un primo passo in questa direzione é, senza dubbio, l’apertura ad un accordo umanitario, contenuta nei vostri piú recenti comunicati. E’ indispensabile puntualizzare, con urgenza, la cornice all’interno della quale si potrebbe concretizzare un tale accordo, stabilendo le circostanze di tempo, modo e luogo, in modo che noi si possa contribuire alla sua rapida realizzazione. A nostro giudizio, tale meccanismo deve dare inizio alla ricerca di alternative per porre fine al conflitto. Questo accordo, oltre all’interscambio, deve propiziare negoziati politici che portino al conseguimento della pace, come supremo anelito della societá.
 
Ci proponiamo di portare avanti il nostro appoggio all’accordo umanitario, nei termini segnalati, ed alla costruzione di spazi adeguati per rendere effettivo il diritto costituzionale alla pace.
 
Cordialmente,
 
Colombiani e Colombiane per la Pace