\\ : Articolo : Stampa
Guido Piccoli: Colombia, uno scontro interno all'oligarchia fa traballare Uribe
Di Annalisa (del 29/12/2006 @ 23:13:47, in Colombia, linkato 1543 volte)

Da Il Manifesto del 28 dicembre  2006

Narcos e generali, la resa dei conti
La Colombia sull'orlo del caos. Dal computer di un capo paramilitare escono nomi di politici, generali e narcotrafficanti, «committenti» di omicidi e stragi. Lo scandalo innesca confessioni, accuse, ricatti. Emerge tra gli altri il nome di un famigerato comandante, cittadino italiano: ma perché l'ambasciata d'Italia ha dato il passaporto a Salvatore Mancuso?
Guido Piccoli
Nelle prossime settimane la Colombia potrebbe conoscere un bagno di sangue peggiore di tutti quelli accaduti nella sua travagliata storia. Paradossalmente però potrebbe anche avviarsi a diventare un paese normale.
Cosa sta accadendo? L'attuale caos è stato determinato da alcuni episodi. Come il casuale ritrovamento del computer di un capo delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia, famigerata organizzazione paramilitare di estrema destra), Jorge 40, contenente nomi di politici e generali suoi soci. O la scoperta di decine di fosse comuni con i resti delle vittime dei paramilitari, e poi le confessioni e reciproche accuse di alcuni detenuti eccellenti, mandanti ed esecutori di omicidi. Col passare dei giorni questi scandali stanno sconvolgendo, con un imprevisto effetto domino, lo stato e la società colombiani.
C'è di più: probabilmente in Colombia è arrivato al capolinea un regime corrotto e criminale, ma anche sofisticato, fatto di democrazia formale e di terrore sostanziale. E, non a caso, accade sotto la presidenza di un personaggio come Alvaro Uribe, ricattabile per i suoi legami antichi e recenti con narcos e paramilitari, ma anche incapace di portare, nonostante i suoi metodi autoritari, una sorta di pace nel paese. Quando s'insediò la prima volta a Palacio Nariño i paramilitari cantarono vittoria e cominciarono a «passare in cassa», decisi a farsi ripagare per i loro servizi di morte per conto dello stato. «Non saremo più il rotweiler del palazzo» annunciò il loro capo, Carlos Castaño. Da allora, però, le loro ruberie e le loro pretese sono aumentate fino a diventare insopportabili anche all'oligarchia tradizionale, che si era beneficiata dei loro omicidi mirati e dei loro massacri.
La crisi attuale non è causata solo da quei pochi settori dello stato che mantengono un minimo d'indipendenza da Uribe (come la Corte Costituzionale o la Corte Suprema di Giustizia), e neppure dalla resistenza popolare al neo-liberismo, dall'opposizione legale che sta crescendo intorno al Polo Democratico o dall'azione delle Farc, per nulla intaccate dalla recrudescenza del conflitto armato.
Conta forse di più la determinazione dell'oligarchia tradizionale di non farsi estromettere da quella mafiosa e paramilitare. Alvaro Uribe non può accontentare la prima, che l'ha votato nel maggio scorso, ritenendolo «insostituibile» (come scrisse il quotidiano El Tiempo) e neppure la seconda, che gli chiede di mantenere le promesse d'impunità assoluta e di legittimazione del potere acquisito col sangue.
I boss chiedono protezione
Come un Arlecchino creolo «servitore di due padroni», Uribe non sa più come destreggiarsi nella contesa che contrappone i paramilitari e la Casa Bianca, che vorrebbe rinchiudere questi ultimi nelle carceri statunitensi, anche se solo nella veste di narcos. Il presidente vive ormai alla giornata, senza una strategia. Una settimana fa ha fatto trasferire i capi paramilitari dal club turistico, dove godevano di ogni confort e della più assoluta libertà, al supercarcere di Itaguì. Forse Uribe voleva ammansire gli Stati uniti, sempre più irritati dall'immunità «politica» concessa ai narcos.
Se è vero che in Colombia sono stati sistematicamente insabbiati tutti gli scandali, per Uribe e il suo schieramento, sembra essere arrivata l'ora della resa dei conti. Tutti accusano tutti: perfino Uribe ha denunciato la tolleranza verso i paras dei presidenti che l'hanno preceduto.
I capi paramilitari, che minacciano di rivelare le loro relazioni con lo stato e la politica, temono di essere scaricati come fu a suo tempo il gran capo Pablo Escobar. E proprio come fece il boss, nei suoi ultimi anni, chiedono protezione alla sinistra. Uno di loro, tale Salvatore Mancuso, ha chiamato il senatore Gustavo Petro, ex guerrigliero dell'M-19 e ora esponente del Polo Democratico, diventato (anche per il suo ruolo di denuncia del para-stato) il più probabile candidato d'opposizione in caso di elezioni anticipate.
In un'intervista pubblicata in prima pagina da El Tiempo domenica scorsa proprio Petro, oltre a definire i paramilitari «sicari alle dipendenze di uno stato mafioso», ha fatto previsioni tetre: «I datori di lavoro del paramilitarismo - narcos, generali dell'esercito e della polizia, politici, imprenditori - i cui nomi stanno per essere resi pubblici, cercheranno di impedire che la verità venga a galla. Alcuni nuclei tenteranno destabilizzare il paese e generare un caos cieco, colpendo non soltanto l'opposizione, il Polo, me e la mia famiglia, ma anche lo stesso presidente Uribe». Per evitare di finire come tanti altri coraggiosi colombiani che si sono opposti al terrorismo statale, Petro gira con un giubbotto antiproiettile e una scorta di una ventina di guardie del corpo.
Secondo Petro, anche Uribe rischia. Sebbene sia l'ultimo governante di fiducia degli Usa nel loro traballante «cortile di casa», Uribe potrebbe essere scaricato dalla nuova maggioranza democratica a Washington. E saltare: letteralmente (per opera dei suoi soci) come paventato da Petro, o pacificamente, grazie a un «impeachment», possibile per il contributo decisivo e documentato dei paramilitari alle sue due elezioni presidenziali o perchè coinvolto dagli scandali di questi giorni, visto che tutti i personaggi accusati di paramilitarismo sono amici suoi.
In questa polveriera appare sempre più decisivo il ruolo del Polo Democratico, unica forza capace di far uscire il paese dal caos. Magari alleandosi con la parte del partito liberale non coinvolta col paramilitarismo, e anche intavolando un dialogo con la guerriglia che resiste senza difficoltà alle roboanti quanto impotenti azioni militari del nuovo Plan Victoria (discendente dei falliti Plan Patriota e Plan Colombia). «Questa emergenza merita la convocazione urgente di nuove elezioni. Bisogna lavorare per un'alleanza che salvi la nazione. Le organizzazioni politico-sociali, i partiti e i movimenti democratici, i militari rispettabili, tutti i colombiani che hanno a cuore la patria devono unirsi per costruire un'alternativa decorosa al governo», ha detto Ivan Márquez, comandante delle forze guerrigliere nel nord della Colombia membro del segretariato delle Farc. Almeno nell'opposizione, la politica potrebbe prendere il sopravvento sulle armi.
«El Mono» e la 'Ndrangheta
Nel frattempo quel Salvatore Mancuso sta diventando un caso - anche in Italia, visto che è un cittadino italiano. Detto «El Mono», la scimmia, da anni alterna le stragi di umili contadini con i trasporti di droga nell'Atlantico. Molti fingono di non saperlo. Stando alle intercettazioni telefoniche che un mese fa hanno reso possibile l'operazione «Galloway Tiburon» (realizzata dalle polizie italiana, spagnola, colombiana e dalla Drug Enforcement Administration, l'antidroga statunitense, e conclusa con un centinaio di arresti), qualcuno della nostra ambasciata di Bogotà avrebbe concesso a Mancuso il passaporto italiano, prendendo per buona la sua dichiarazione di buona condotta. «Mancuso potrà viaggiare tranquillamente in Italia per realizzare i progetti che ha in mente», diceva il suo amministratore di fiducia parlando con Giorgio Sale, un imprenditore romano, arrestato insieme con i suoi tre figli con l'accusa di riciclare, attraverso ristoranti, pub e una cinquantina di negozi di abbigliamento di Bogotà, Barranquilla e Cartagena, i ricavi del narcotraffico del boss.
Nell'operazione è caduto anche un pezzo da novanta, José Alfredo Escobar, presidente del Consiglio superiore della magistratura colombiana, che controlla le risorse della giustizia, la carriera dei magistrati e ha la facoltà di distribuire i casi ai tribunali civili o a quelli militari. Secondo gli inquirenti, dall'inizio dell'indagine, le Auc avrebbero fatto arrivare otto tonnellate di cocaina purissima, soprattutto sulle banchine del porto di Goia Tauro, destinate alle varie famiglie della 'Ndrangheta diventata, secondo la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, egemonica nel «traffico internazionale di cocaina, grazie ai canali diretti di approvvigionamento dai Paesi del Sudamerica e alla dimostrata abilità nel gestire complessi sistemi di riciclaggio». Agli occhi dei narcos colombiani, «la 'Ndrangheta è l'organizzazione più affidabile, perchè quasi impermeabile al fenomeno del pentitismo», ha detto Nicola Gratteri, giudice della direzione antimafia di Reggio Calabria.
Per ora il sogno di Salvatore Mancuso di tornare con i suoi immensi bottini di guerra nella terra dei suoi avi paterni, sulla costa meridionale salernitana, è sfumato: a causa dell'iniziativa della magistratura italiana, che rimase inerte dopo altre inchieste che l'avevano coinvolto in passato (come la «Decollo» del gennaio 2004). Nei prossimi giorni, su richiesta di Nicola Gratteri, dovrebbe partire la richiesta di estradizione del leader delle Autodefensas Unidas de Colombia per narcotraffico.
Le possibilità che Mancuso arrivi ammanettato in Italia sono al momento nulle, vista l'immunità concessa a lui, all'intero vertice narco-paramilitare e al loro esercito dal presidente Alvaro Uribe. Ma questo provvedimento agevolerebbe comunque la comprensione della natura del parastato colombiano da parte del nostro governo.
Tra gli interlocutori della Farnesina non sono mancati sinistri figuri. Coloro che dirigevano fino a pochi mesi fa l'ambasciata e il consolato di Milano, Luis Camilo Osorio e Jorge Noguera, quando erano a capo della Fiscalía (la magistratura inquirente) e del Das (la più potente delle polizie segrete colombiane), facilitarono spudoratamente la penetrazione paramilitare nelle istituzioni colombiane. L'attuale ministro degli esteri, María Consuelo Araújo, ha un fratello senatore indagato per paramilitarismo e fa parte di una famiglia sotto protezione del capo paramilitare Jorge 40. Infine il nuovo ambasciatore a Roma, Sabas Pretelt: quando era alla direzione del ministero degli Interni e della Giustizia (significativamente unificati sotto il regime uribista) fu l'architetto del farsesco «negoziato» con le Auc e in quella veste assicurò ai capi paramilitari che non avrebbe fatto estradare negli Usa se si fossero impegnati a far vincere nelle scorse elezioni Uribe e lui in quelle del 2010 - questo secondo le confessioni di alcuni capi paras riportate sull'ultimo numero della rivista Cambio. Tutta gente «per bene» con troppi scheletri nell'armadio.

Amnistia? Impunità per i «paras»
La legge di «giustizia e pace» è un indulto di fatto generalizzato per i paramilitari. «Ha offerto legittimità internazionale a assassini, terroristi e capi narcos», secondo Amnesty. L'Unione europea esprime dubbi, ma ha dato un «appoggio condizionato»
G. P.
«Immaginati in fila con altri disgraziati, legato mani e piedi, sulla riva del rio Magdalena. Di fronte a te, due uomini che affilano i loro machete. E intorno, i tuoi familiari e gli abitanti del villaggio che ascoltano i tuoi gemiti di terrore, e le tue urla quando ti squarteranno e nessuno potrà avvisare la polizia per non finire, quella stessa notte, a pezzi nel fiume. Adesso a quei due, come a tutti gli altri, Uribe ha applicato un paio d'ali da angelo. Ma che cazzo di paese è il nostro?». Questo è il commento di un lettore di Tiempo alla notizia dell'indulto che il governo Uribe ha concesso ai membri delle Auc: impunità su misura per i paramilitari che hanno aderito alla «Legge di Giustizia e Pace».
Il decreto governativo sancisce che l'indulto sia applicato soltanto a coloro che non risultino colpevoli di «delitti di lesa umanità». In realtà significa a tutti, o quasi, visto che i giudici inquirenti non hanno tempo e mezzi (e forse nemmeno voglia) per indagare sulle malefatte di ciascuno e visto che è difficile che eventuali vittime o testimoni dei loro delitti vincano la sfiducia nella giustizia e il terrore ancora esercitato dai paras in molte regioni.
A quei due delle Auc, come a tutti gli altri, basterà quindi una semplice autocertificazione per uscire puliti. Obbrobri del genere, che stanno alla base della legge di Giustizia e Pace e fanno da cornice giuridica alla legalizzazione delle Autodefensas, non sono bastate finora a indignare l'Unione europea. Pur continuando ad esprimere dubbi sull'effettivo smantellamento delle strutture paramilitari, la vaghezza della definizione del delitto politico, l'insufficiente tempo per indagare sulle confessioni e sull'insufficienza delle pene massime previste, l'ultima dichiarazione del Consiglio dei ministri europei sulla Colombia del 3 ottobre 2005 ribadisce il suo appoggio al governo Uribe e alla sua «politica di pace».
Sono rimaste inascoltate le proteste degli organismi di diritti umani colombiani e di Amnesty International che ha accusato l'Unione Europea di «offrire una legittimità internazionale a una legge che non rispetta le norme su verità, giustizia e riparazione», e che secondo il New York Times garantisce «l'impunità per una massa di assassini, terroristi e capi narcos». Tra la Francia, che si è detta contraria alla farsa in atto, e la Spagna di Zapatero, la Gran Bretagna e la Germania, che la sostengono, è finora prevalsa la linea, ambigua e ipocrita, portata avanti da Italia, Olanda, Danimarca e Finlandia di «appoggio condizionato», con richieste di modifica sistematicamente ignorate da Bogotà e impegni di verifica che si rivelano cortine di fumo.
«Invece di aiutare le vittime, i finanziamenti europei rischiano di sostenere il reinserimento bellico dei paramilitari», sostiene l'eurodeputato Vittorio Agnoletto del gruppo della Sinistra Europea. Buona parte dei soldi infatti finisce nelle regioni, in progetti di ridistribuzione di ex paras (come nel caso dei cosiddetti «guardaboschi»), che ubbidiscono soltanto alla logica di «controllo territoriale militare» da parte del governo centrale.

Salvatore Mancuso
La carriera di un massacratore
Tra i massacri di cui Salvatore Mancuso è stato mandante o esecutore (e per i quali potrebbe scontare al massimo una condanna di 8 anni, grazie alla legge del suo socio e vicino di fattoria Alvaro Uribe), i più noti sono quelli di El Aro, nella regione di Antioquia, e di El Salado, in quella del Sucre. A El Aro, il 22 ottobre 1997, trenta suoi uomini del Bloque Catatumbo torturarono e ammazzarono 14 contadini, tra i quali un tredicenne, dopo aver incendiato e saccheggiato le loro case. A molte vittime furono strappati gli occhi e i genitali. Per questo massacro, Mancuso è stato condannato a 40 anni di carcere.
A El Salado, en Sucre, il 16 febbraio 2000, 38 contadini (tra i quali un bambino di 6 anni) furono mutilati atrocemente prima di essere uccisi. Prima di dare il colpo di grazia, i paras obbligarono le loro donne a denudarsi e a ballare al suono di un vallenato. Secondo Amnesty International, le donne furono violentate.
Il 19 dicembre scorso, dopo un conflitto a fuoco in un villaggio della regione di Antiochia, che ha provocato due vittime, è stato catturato un altro italo-colombiano delle Auc: Alberto Laino Scoppeta, proprietario di una rivendita di auto blindate ed erede di Jorge 40 alla testa del Bloque Norte. L'uomo stava per ritornare in Italia. Un altro «angioletto» col passaporto in regola? (g.p.)