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La liberazione di Ingrid Betancourt o il coniglio dal cilindro di Uribe?
Di Annalisa (del 03/07/2008 @ 22:00:00, in Colombia, linkato 1406 volte)

E’ la grande notizia.  Forse la notizia più attesa degli ultimi tempi.
Quella che dall’Europa all’America da tempo avremmo voluto ricevere. Ingrid Betancourt, 46 anni, di cui gli ultimi sei trascorsi nella foresta nelle mani della guerriglia colombiana delle FARC è stata liberata insieme a tre cittadini americani (tre “contractors” accusati dalla guerriglia di essere al soldo della Cia)   e a 11 colombiani membri dell’Esercito e della Polizia.
Le ultime notizie che avevamo di lei, pochi mesi fa, la davano quasi in fin di vita. Probabilmente le sue condizioni non erano così gravi, certo è che le sue immagini e  le sue parole giunte fino a noi sotto forma di una missiva riservata inviata alla madre e poi invece fatta circolare su tutti i giornali e pubblicata anche sotto forma di libro, testimoniavano di una donna visibilmente provata nel fisico e nell’animo da anni di prigionia in condizioni difficili.
Si è già ricongiunta  ai suoi familiari, ai figli, al marito, alla madre e alla sorella, che con fiducia e speranza ammirevoli le sono stati   vicini in tutto questo tempo, che hanno sempre parlato in nome e per conto di Ingrid, madre, sorella, figlia e moglie, ma anche in nome e per conto di tutti gli altri ostaggi, spesso dimenticati dai media, e in nome e per conto di un popolo, quello colombiano che non merita di vivere un conflitto così lungo e violento sulla  propria pelle. Familiari che pur nella tragedia della situazione, anche in momenti particolarmente drammatici,  hanno sempre dovuto con dignità e umiltà mediare tra le intemperanze di Uribe che premeva per mettere a ferro e fuoco la selva per liberarla e dimostrare così il successo della sua politica del “pugno duro” e la guerriglia,  per la quale non hanno mai, nonostante il dolore che ha inflitto loro con il sequestro, avuto parole  dure.
Probabilmente hanno saputo soltanto al momento di ricevere la notizia della liberazione di Ingrid,  del blitz che le forze armate colombiane stavano preparando da tempo, loro che si sono sempre opposti, perchè considerati troppo rischiosi per la vita degli ostaggi,  ai progetti di “rescate a sangre y fuego”, riscatti a sangue e fuoco, tanto cari al presidente colombiano.
 
Il blitz – Stranezze e coincidenze sospette
“Operazione Scacco” è stata chiamata l’operazione.  E a giudicare dal nome il suo successo era scontato. Come mai? “L’operazione Scacco” non è stata  un’operazione militare nel senso stretto del termine, piuttosto una vera e propria operazione di intelligence risolta senza nemmeno sparare un solo colpo. Perfetta, forse anche troppo. Proprio la perfezione dei dettagli con i quali è stata portata a termine potrebbe nascondere dei risvolti. Si sa che in Colombia erano da giorni presenti due europei, l’ex console francese a Bogotá  Noël Sáenz e il diplomatico svizzero  Jean-Pierre Gontard. Avevano avuto perfino l’ autorizzazione dal governo colombiano per intraprendere trattative con i nuovi vertici della guerriglia, dopo la promessa che era stata fatta della  liberazione di 40 ostaggi tra i quali Ingrid Betancourt e i tre americani. Probabilmente, ma è ovvio che al momento si tratta solo di supposizioni,  gli ostaggi erano pronti per essere già liberati e qui la facilità con la quale il capo dei carcerieri sarebbe stato convinto ad accettare il trasferimento in elicottero o si è invece trattato di una liberazione già in atto con l’intervento dell’esercito nelle ultime fasi per farla passare come esclusivo successo governativo.
Il ministro della difesa Manuel Santos nella conferenza stampa di ieri, descrivendone  i dettagli rende noto invece che l’operazione  era stata studiata e programmata già da molto tempo e che per poterla mettere in atto è stato necessario l’utilizzo di soldati infiltrati nel campo dove erano tenuti in ostaggio i prigionieri. Questi sono   riusciti a   convincere Gerardo Antonio Aguilar, alias “Cesar” il capo dei carcerieri di Ingrid e degli altri prigionieri liberati, dell’opportunità di trasferire gli ostaggi in un elicottero messo a disposizione da un’ associazione umanitaria, fino al luogo dove si sarebbero dovuti incontrare con  Alfonso Cano, il nuovo leader delle Farc succeduto a Manuel Marulanda alla sua morte, avvenuta probabilmente per cause naturali qualche tempo fa. L’elicottero, opportunamente modificato, era invece un velivolo dell’esercito, e soltanto una volta in volo il comandante  “Cesar” è stato neutralizzato  e ai prigionieri data la notizia della loro liberazione. Senza spargimenti di sangue, senza mettere a rischio la vita degli ostaggi. Ingrid Betancourt stessa,  nella sua prima conferenza stampa la definisce “un’operazione impeccabile” paragonandola a quelle israeliane ben note per precisione e successo. Un’operazione che sebbene il ministro della difesa Santos affermi sia stata condotta esclusivamente grazie all’intelligence colombiana non abbiamo difficoltà a immaginare che invece sia stata organizzata e studiata in accordo con quella statunitense e probabilmente anche con quella israeliana, che avrebbe  fornito l’ avanzatissima tecnologia satellitare con la quale il luogo in cui si trovavano gli ostaggi era stato identificato già da alcune settimane. Identificazione favorita dai rilievi effettuati sulle prove in vita degli ostaggi, (alcune riprese video) sequestrate alla guerrigliera che le stava consegnando alla  fine dell’anno scorso.
Un’operazione, il cui successo dimostrerebbe, se fosse vera la versione fornita, (al momento soltanto quella ufficiale)   delle difficoltà organizzative e strutturali in cui si troverebbe la guerriglia colombiana, che solo nell’ultimo anno ha perso almeno quattro suoi capi.
Le Farc infatti non hanno fornito ancora nessuna versione dell’accaduto e il sito ANNCOL, considerato il più vicino al gruppo guerrigliero è nuovamente inaccessibile da circa due giorni. Stranamente.
Come sospetta sembra essere anche la presenza  proprio nella giornata di ieri in Colombia  del canditato statunitense McCain, il quale ha dichiarato che lo stesso Uribe lo aveva informato il giorno precedente dell’operazione che stava per svolgersi per la liberazione di Ingrid Betancourt. Nel teatrino Colombia abbiamo imparato da tempo che le coincidenze difficilmente sono causali e che la verità è un bene prezioso al servizio del miglior offerente. Probabilmente in questo caso non la sapremo mai, perchè il miglior offerente è proprio il presidente colombiano Álvaro Uribe.
 
Il coniglio dal cilindro di Uribe
Quel che è certo è infatti che la liberazione di Ingrid Betancourt appare in questo momento come il coniglio dal cilindro dei celebri giochi di prestigio.
La popolarità di Uribe che non era mai stata così bassa come nei giorni scorsi, con la sua seconda rielezione messa in discussione da un’accusa di corruzione alla  deputata Yidis Medina che si trova ora in carcere per aver venduto il suo voto favorevole alla riforma costituzionale che ha permesso al presidente colombiano di ricandidarsi per la seconda volta, probabilmente già da oggi è in forte aumento. Intanto mentre la  Corte Suprema di Giustizia e la Corte Costituzionale stavano proprio in questi giorni esaminando tutti gli atti per stabilire o meno l’illegalità della seconda rielezione di Uribe, questi, mettendosi a muso duro contro l’unico potere di fatto ancora indipendente e scevro da scandali legati alla parapolitica e cioè quello giudiziario, ha proposto niente di meno che un referendum popolare per chiamare il popolo a esprimersi sulla conferma o meno della sua rielezione del 2006. Praticamente quindi,  chiamando il popolo colombiano a sostituirsi al potere giudiziario, e chiedendogli di assolverlo o meno dal reato gravissimo di aver comprato voti utili  per modificare la riforma costituzionale con la quale è stata possibile la sua seconda rielezione. Operazione che ha coinvolto in prima persona anche Sabas Pretelt de la Vega, allora ministro dell’interno e adesso ambasciatore a Roma.
Oggi Uribe agli occhi del paese, ma soprattutto agli occhi della comunità internazionale da sempre silenziosa sugli scandali legati alla parapolitica  che da tempo ormai lo lambiscono molto da vicino senza però colpirlo direttamente,  (nel parlamento colombiano, 30 parlamentari sono attualmente in carcere e 70 sono inquisiti, tutti legati al partito della U, quello della maggioranza)  è il grande salvatore di Ingrid Betancourt e questo probabilmente basta a far dimenticare il marcio sul quale poggia il suo potere e la sua carica  e a rilanciare l’ipotesi, disastrosa per la libertà e per lo stato sociale del paese, della sua terza rielezione.
Ne esce vincente senza doversi prendere la briga nemmeno per un momento di affrontare questioni come lo scambio umanitario o  il conflitto civile in corso nel paese, per le quali  tanto si erano adoperati anche con qualche successo nei mesi scorsi  il presidente venezuelano  Hugo Chávez e la senatrice colombiana Piedad Cordóba. L’ostaggio eccellente  ormai è stato tolto dalla selva e non sarà difficile immaginare che presto scenderà il sipario sugli altri prigionieri, tra i quali il figlio del maestro Moncayo, da 10 anni nelle mani delle FARC   e su  tutti i guerriglieri che sono attualmente reclusi nelle carceri colombiane, circa 500 e che si definiscono prigionieri politici in virtù del fatto che in Colombia è in corso  da mezzo secolo ormai un conflitto civile. Conflitto negato sia nel paese che all’estero. Per tutti, per gli Stati Uniti in testa, ma anche per l’Unione Europea che si è sempre rifiutata di riconoscere lo stato di belligeranza  alla guerriglia colombiana, i 500 guerriglieri che sono in carcere in condizioni non certo migliori di quelle in cui si trovava  Ingrid nella selva, sono soltanto terroristi.
E’ facile anche immaginare che adesso veramente la foresta sarà messa a ferro e fuoco per cercare di catturare il nuovo leader Alfonso Cano e piegare definitivamente i ribelli, senza Ingrid laggiù in pericolo e  senza la sua famiglia ingombrante e testarda pronta ad attaccare continuamente Uribe per i suoi tentativi di riscatto militare dei prigionieri.  Con i paramilitari di supporto ancora sguinzagliati perchè mai smobilitati del tutto.  Aguilas Negras adesso si fanno chiamare  e non più Autodefensas Unidas. La sostanza resta la stessa. E i rischi che correranno contadini, comunità di indigeni e comuni cittadini, con la caccia al guerrigliero formalmente aperta, anche.
 
Ingrid, e dopo?
Al momento della  sua liberazione, una delle prime dichiarazioni rilasciate da Ingrid Betancourt  ieri  sera è stata:” “Credo che questo sia un segnale di pace per la Colombia, possiamo ottenere la pace e abbiamo fiducia nella nostra forza militare e vorrei ringraziare ognuno dei soldati della Colombia”.
Che farà Ingrid Betancourt una volta ristabilitasi? Molte persone in Colombia e non solo,  sperano che possa e voglia dedicarsi alla politica attivamente, trasformandosi in una nuova speranza per i sogni di libertà  e di giustizia sociale del paese. Nel 2002 al momento del suo sequestro era candidata presidenziale. Fu rapita il 23 febbraio, il 26 maggio Uribe vinse le elezioni. Oggi lascia intendere che il suo desiderio di giustizia, di riforma  sociale  profonda del paese, sicuramente rafforzati dai sei anni di prigionia, sono ancora forti e vivi e potrebbero  ancora concretizzarsi in una prossima candidatura. Forse quella del 2010. Quando, se non dovesse trovarsi davanti un Uribe al suo terzo mandato, l’alternativa non sarebbe migliore. E’ quasi certa la candidatura di Juan Manuel Santos, attuale ministro della difesa colombiana, in linea con la politica dura sulla sicurezza e sulla lotta alla guerriglia. Intanto al 2010 mancano ancora 2 anni, nei quali  il paese dovrà affrontare ancora momenti difficili, con un esercito di ventimila persone nella foresta in bilico tra un passato di lotta  e di aspettative gloriose e un futuro quanto mai incerto, una sinistra ancora in via di definizione e pesantemente sotto attacco anche dallo stesso presidente, una miriade di piccoli focolai di speranza, piccole realtà organizzate, reti e movimenti sociali poco strutturati ma in continuo fermento, che si muovono costantemente in pericolo di vita e di sopravvivenza  e  una classe politica al governo  corrotta e pesantemente collusa  con il paramilitarismo più attivo che mai. E’ questo il paese  che accoglie oggi Ingrid Betancourt alla sua nuova vita, non molto diverso in fondo da quello per il quale stava lottando fino a sei anni fa.