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Victor Ancalaf: scenari diversi per i movimenti indigeni ma siamo come una grande isola
Di Annalisa (del 12/06/2008 @ 23:32:47, in Mapuche, linkato 942 volte)
Victor Ancalaf  “werken” (messaggero)  del popolo mapuche  è stato in carcere come prigioniero politico in Cile, per cinque anni, dal 2002 al 2007, accusato secondo una legge che risale agli anni della dittatura di Pinochet di incendio terrorista, senza che a suo carico ci siano state prove valide.
E’ stato recentemente in Europa e in Italia,  in un lungo viaggio che ha avuto lo scopo di testimoniare ancora una volta, la difficile condizione e la strenua lotta del popolo mapuche per i suoi diritti.
 
 
A.M. Victor, sei uscito dal carcere l’anno scorso dopo aver scontato una condanna di cinque anni e un giorno con l’accusa di incendio terrorista. Non si tratta di un capo d’accusa ereditato dalla dittatura di Pinochet?
 
V.A. Sì, infatti. In Cile abbiamo ancora leggi che risalgono alla costituzione politica degli anni ’80. L’applicazione di questa legge nei processi contro il popolo mapuche è stata sempre sproporzionata. Questo non può configurarsi  come atto terroristico perchè non ha mai messo a rischio la vita delle persone. La protesta del popolo mapuche è una protesta senza armi.
 
A.M. Questo vuol dire che si tratta di una protesta pacifica?
 
V.A. No, la protesta mapuche non è e non potrebbe essere pacifica, dal momento che il governo del Cile non è pacifico verso di noi, si tratta di una forma di protesta dove non si mettono a rischio le vite delle persone e dove non vengono utilizzate armi.
 
 
A.M. Sembra che in Cile la Concertación che attualmente sta governando il paese,  oltre a riproporre le stesse leggi repressive della dittatura contro il popolo mapuche, porta avanti anche le stesse politiche neoliberiste di quegli anni. In questo senso che battaglie state conducendo?
 
V.A. Stiamo lottando duramente contro le politiche mercantilistiche neoliberali, perchè le multinazionali che si trovano sul nostro territorio oltre a causare danni ambientali vogliono sterminare la nostra cultura e le nostre tradizioni. Queste imprese, forestali, minerarie, di pesca, hanno causato gravissimi danni al nostro territorio, danni economici ma anche danni sociali. Inoltre non hanno interesse a tutelare i diritti dei lavoratori, a proteggere la mano d’opera e l’impiego, sono per la maggior parte meccanizzate e ad esse non importa nulla dei diritti dei lavoratori cileni.
 
A.M. In America latina e in Europa le lotte sono diverse. Ciò nonostante,  alcune settimane fa a Lima si è tenuto il Vertice Alternativo dei Popoli organizzato dalla rete biregionale Enlazando Alternativas. Credi che dalla sinergia dei movimenti sociali europei e latinoamericani possano nascere buone proposte per il popolo mapuche? Siete in relazione con gli altri movimenti indigeni?
 
V.A. L’esperienza ci insegna che difficilmente riusciamo a trovare solidarietà e appoggio negli altri movimenti indigeni. Si tratta di contesti e scenari diversi. E’ differente lottare contro governi amici come fanno i fratelli boliviani, venezuelani o argentini e invece lottare contro governi nemici come quello cileno che ci mette in carcere, ci ammazza e ci reprime.
Parlando con i fratelli argentini di Wallmapu mi rendo conto che anche loro lottano, questo è vero, ma a differenza di noi, non hanno morti e non hanno prigionieri. Dall’inizio del 2008 già  4 fratelli mapuche sono stati assassinati dalla polizia cilena.
E’ vero, ci sentiamo un po’ isolati, ciò nonostante siamo come “una grande isola” e abbiamo un grande nemico comune che è il sistema mercantilistico mondiale e sicuramente da una lotta a livello globale contro questo sistema possono venir fuori buone proposte anche per il popolo mapuche.
 
A.M. Durante la tua permanenza in Italia hai avuto due incontri nei presidi NO TAV a Torino contro la costruzione delle nuove linee per l’alta velocità. Credi che abbiano delle cose  in comune le due lotte, quella del popolo mapuche e quella del popolo della Val di Susa?
 
V.A. Geograficamente trovo molte somiglianze tra queste grandi montagne italiane e quelle del Alto Bío Bío. E questo è molto importante per le strategie di lotta. La polizia non è abituata a compiere azioni in alta montagna, mentre la nostra gente lotta da secoli a quelle altitudini.
E così anche le nostre lotte, quella degli italiani e quella dei cileni sono molto simili. Anche in Cile, come in Italia è successo che qualche sindaco che precedentemente aveva appoggiato la lotta, in un secondo momento la  ha abbandonata. Io credo che la linea dell’alta velocità della quale si discute in Val di Susa non sia necessaria per il popolo, ma sia importante soltanto ai fini di un discorso economico e commerciale.
 
A.M. Si discute sulla costituzione di un partito mapuche. Credi nella via politica per realizzare obiettivi?
 
V.A. Noi abbiamo realizzato la nostra storia e la storia ci ha insegnato che i partiti politici mai hanno realizzato risultati concreti.
Il partito politico può funzionare soltanto da campana di risonanza ma la sua formazione non è una priorità delle comunità e non sta nella nostra agenda.