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Il mio amico Abdul - Raffaele Mangano
Di Annalisa (del 28/04/2007 @ 00:37:46, in Invito alla lettura/Invitación a la lectura, linkato 1397 volte)
 
...Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
                              (G. Leopardi)
 
Solletica la coscienza, Il mio amico Abdul. Un libro magico, pieno di sogni e di ideali, di frasi importanti e di saggezza da scoprire in frasi intere  da sottolineare per poterle rileggere di tanto in tanto.
Un libro di incontri speciali, come quelli che si fanno per caso e che anche solo per un brevissimo istante ci segnano la memoria e il cuore, nei quali “sembra per un attimo di inciampare” ma che in realtà nascondono significati preziosi.
Leggere Il mio amico Abdul lascia la piacevole sensazione di aver aperto una porta e aver scoperto che al di là di essa c’è quell’amico che credevamo ormai perduto nel tempo che ci sta spettando.
Questo è infatti un libro “dedicato a tutti coloro che credono nell’amicizia, quella forte, sincera, color del cristallo” come dice l’autore Raffaele Mangano nel risvolto di copertina.
E infatti è la storia dell’ Amicizia, “color del cristallo” tra Michele e Renato, prematuramente interrotta dalla tragica scomparsa di quest’ultimo, scomparsa  che lascia un vuoto incolmabile e soprattutto lascia in Michele la sensazione di un percorso interrotto repentinamente, di un dialogo concluso prima del dovuto.
L’occasione di riprendere questo dialogo viene cercata “non per caso” , ma con il desiderio di salutare ancora una volta l’amico dopo averne metabolizzato intimamente la scomparsa. E così Michele, dopo anni,  riprende in mano il diario di Renato che aveva avuto dopo la sua morte e riesce finalmente a leggerlo, dopo essere “sceso a patto con i sentimenti”. E chi  di noi non lo fa, un attimo prima di venirne sopraffatti, quando questi si fanno così dolorosi?
Giunge sempre un momento in cui i discorsi lasciati a metà, forse i più sentiti, devono essere affrontati e Michele quando riprende in mano il diario di Renato, “sente di poterlo fare senza angoscia” riuscendo ad  accompagnarsi  all’amico ancora un volta. Ripercorre così  con lui un periodo segnato da grandi ideali, da grandi slanci e da voli di fantasia, ma soprattutto segnato da un viaggio in India compiuto insieme ad altri amici tra i quali emerge la figura di Abdul, un’ afgano conosciuto da Renato a Parigi e che diventerà anch’egli, tragicamente, figura centrale del libro. Un viaggio, come quello da molti di noi sognato e immaginato, in cui il mondo  e l’essere umano si svelano agli occhi di Renato in tutta la loro bellezza ma anche in tutta la  loro crudeltà.
L’India scorre nelle pagine del diario di Renato  a volte lentamente, a volte prepotentemente, mai banalmente. Egli vi si  immerge anima e corpo, in  un paese immenso che gli si offre con tutte le sue contraddizioni e ne rimane affascinato, ma anche profondamente turbato, perchè i suoi occhi sono come quelli di un bambino, ("con la loro fragilità e l’impotenza di fronte ai drammi")  ed egli osserva e partecipa a volte con sommo stupore,  a volte con intima meraviglia, altre con rabbia e impeto, ma sempre con piena partecipazione emotiva, alla quotidianità di un popolo che, nonostante la miseria, le menomazioni fisiche e le epidemie, riesce ancora a “credere che l’esistenza sia piena di doni, bisogna solo imparare a riconoscerli”.
Un viaggio “dentro e fuori” quello di Michele e Renato e dei loro amici, dal quale ognuno, a modo suo tornerà cambiato, “una continua scoperta, compiuto col corpo, la mente e lo spirito”.
Il diario concede a Michele un’ulteriore dono, quello di poter rivivere l’ultimo periodo della vita di  Abdul, afgano di una buona famiglia che studia e Parigi e che  decide di tornare nel suo paese per mettere al servizio della sua gente che stava combattendo contro l’esercito sovietico (pur avendone inizialmente appoggiato l’intervento),  le sue conoscenze di medicina frutto degli  studi a Parigi. Egli scriverà in una lunga lettera ai suoi amici, spiegando le motivazioni della sua scelta: “Questo succede nel mio paese: afgani uccidono altri afgani. Ogni popolo oppresso mantiene la speranza di risorgere ed è capace di covarla per generazioni. Quando il fuoco si è consumato e la brace sembra spenta, tra la cenere si trova sempre un frammento acceso. Finché rimane quel germe di fuoco un popolo non sarà vinto”. Come non pensare all’Afghanistan di oggi e come non chiedersi cosa sia cambiato da allora.
In realtà nulla, ed è lo stesso Abdul quasi profeticamente, che  ce lo lascia intendere: “Fomentano rivolte e controrivolte, appoggiano e rovesciano governi, trovano sempre fantocci disposti a diventare carnefici del loro stesso popolo. E’ sulla nostra pelle che i potenti fanno la guerra. Noi, servi stupidi, ci lasciamo irretire e ci scanniamo.”  Ma Renato, uomo di  Pace, (quella che non ha bandiere e che non porta uniformi),  ci rammenta che “l’unica guerra giusta dovrebbe essere quella contro la fame e la povertà”. Sono certo che tutti i popoli darebbero il meglio di sè per vincerla”.
Sono d’accordo con te Renato.